Ho sistemato le mie vecchie mail e quello che ho trovato non mi è piaciuto.

Domenica mi si è rotto il telefono. È caduto di sguincio mentre mandavo un audio a mio marito. In precario equilibrio, in curva, spingendo il passeggino con mia figlia con la sinistra e mandando il suddetto audio con la destra. Caduta, schermo verde. Momentanea e beffarda ripresa del telefono che ha preceduto uno schermo verde perenne. Telefono in riparazione. Io senza telefono. Mi si è aperto un abisso di possibilità al contrario (cosa si fa, senza lo scroll di Instagram e di Vinted, eh?) e, dopo aver errato in casa, ho puntato al riordino che mi desse una parvenza di digitale: l’account di Gmail.

Mio marito ha ZERO mail in arrivo. Qualsiasi mail gli arrivi la legge, la gestisce, la archivia o la cancella. Sembrerebbe un mega iper ingegnere gestionale turbo power ma, sorpresa, io piuttosto di accasarmi con un ingegnere mi chiuderei in un eremo a ricopiare Virgilio su antiche pergamene. Marito fa il soccorritore di Areu – non ho voglia di spiegare cosa sia – solo gli stanno sulle palle le mail incasinate.

In posta in arrivo, io ne avevo 1.115.

Ho iniziato da lì: archivia, cancella, sposta, crea cartelle e via indietro indietro indietro in un flashback della mia esistenza un’email alla volta: le prenotazioni delle ecografie, i biglietti per Londra, le mail con la compagnia aerea cilena che non ci ha mai più rimborsato il volo per Punta Arenas, le candidature di quando ero senza lavoro.

E poi, più indietro, nascoste alla mia vista, recensioni, collaborazioni, progetti di ghostwriting, accordi per presentazioni del mio romanzo…

Scavando nelle mie stesse missive, ho trovato qualcosa che non mi è piaciuto: me stessa, tra il 2017 e il 2019.

Una me stessa che si stava facendo il culo per fare quello che le piace, che scriveva articoli su articoli e infatti lavorava anche da articolista freelance, che riceveva libri in lettura dalle case editrici, che scriveva pareri a scrittori improvvisati, che veniva menzionata dalla giuria di piccoli premi nazionali per un racconto. Di cui la me stessa odierna si è perfino dimenticata.

Una me stessa più centrata, diretta a passi lunghi e ben distesi verso la sua passione.

Non mi è piaciuto, no. Perché la me stessa che sta scrivendo queste parole, si è persa da qualche parte.

Cos’è successo?

Domanda retorica, non ho perso la memoria. Lo so, cos’è successo: un lutto familiare così grave da lasciare il mio mondo in pezzi (indovinate chi li ha rimessi insieme?). Il Covid. Una crisi relazionale. Un matrimonio. E, dulcis in fundo, l’evento più cataclismatico che io abbia mai conosciuto: mia figlia.

La mia vita si è ridotta all’incastro dell’incastro tra l’incastro, tipo Mattoncini tetris che mi cascano in testa e che devo sistemare: alzati presto dopo un tot di risvegli notturni che vanno da due a boh vestiti vestila convincila a uscire e a non strusciare il suo muso ancora sporco di totto sui tuoi pantaloni fai i lavaggi nasali la tosse non passa mollala al nido lavoro ufficio sii una professionista corso in palestra dove arrivo sempre in ritardo perché in ufficio sono arrivata tardi per i motivi di cui sopra pranzo sistema casa la spesa – passo la vita facendo la spesa – lava la macchina dalle stelline alla frutta cadute e dalle 16 in poi la ragazza è da intrattenere passiamo dalla nonna guardiamo Peppa Pig cena bagnetto paperelle Ladro di zucche…

In tutto questo, per il resto? Per leggere, per studiare – non contenta sono tornata tra le aule universitarie-, per scrivere? Cazzo, per scrivere?

Questo post l’ho scritto in dieci minuti, non so nemmeno perché, non so se ha un senso, non so se è comprensibile quel senso di nostalgia verso quella ragazza che arrivava ai trent’anni e diceva a se stessa: “Va là, ci siam quasi”.

Mi dispiace, temo che la strada sia ancora lunga.

Di una cosa sono sicura, però: devo smettere di sistemare la mail.

Rispondi