Arrivare in finale al Premio Neri Pozza, la mia esperienza

Per scrivere questo post dovrei andare lontano, a più di tre anni fa. A una serata davanti al PC, dentro una classe di scrittura virtuale della scuola Belleville. Per svolgere il primo esercizio del corso di scrittura Scrivere di notte datoci da Marcello Fois, sono entrata con le parole dentro la casa dei miei nonni. Una casa chiusa, abbandonata, solo un’eco di quello che era stata per la famiglia. 

In quelle poche battute c’era il seme di un romanzo familiare ma io non potevo ancora saperlo. È venuto fuori con il proseguire del corso, con il rafforzarsi di quell’idea. I personaggi hanno preso vita, spessore, identità, storia. Sotto la guida di Marilena Rossi, i capitoli si sono susseguiti, formati, intrecciati. Era nato Curare le radici.

Ho sempre voluto scrivere una saga familiare ma ero convinta di non averne le capacità. Invece, con Curare le radici sono andata dalla Sicilia alla Somalia dell’Amministrazione fiduciaria, sono arrivata nella Bergamasca, a Londra, perfino a Martinica, per un capitolo.

Un progetto enorme, complesso… forse troppo. L’intreccio iniziale infatti era ingarbugliatissimo e il ripetersi dei nomi (non arrivo agli Aureliano di Marquez ma la scia è quella) non aiutava il lettore. Il romanzo è passato per tre grosse revisioni fatte di defenestramenti di personaggi e di approfondimento di altri, sbrogliamento dell’intreccio, mitigamento del dialetto (di dialetti ce ne sono due, più il somalo, più l’inglese)… 

Sono arrivata, con Delia che scalciava nella pancia, a una versione più matura e lineare. Quella che, sotto la spinta di Davide Borgna, ho inviato al Premio Neri Pozza.

Quando mandi un testo a premi così importanti, è bene non farsi troppe aspettative (spoiler alert: ce le facciamo sempre e comunque). La concorrenza è feroce, è bene saperlo. 

Ero ancora in vestaglia, minuti pre-poppata del Kraken-Delia, quando ho visto la mail di Neri Pozza. Non ho capito subito di far parte della dozzina selezionata. è stata un’emozione grande (coadiuvata dagli ormoni). Il mio romanzo era tra i primi dodici su 1384! Già così mi sembrava assurdo e importante. Quando è arrivata la comunicazione della sestina, e Curare le radici era ancora in lista, il cervello mi è andato davvero in pappa.

Perché lì sì, che le aspettative volano, si impennano, si Icarizzano, non contano che stai entrando nel campionato dei grandi, di quelli bravi. Che non stai più giocando al campetto di Bottanuco City.

Mi sono ritrovata il 24 ottobre al Teatro Olimpico di Vicenza (al Teatro Olimpico di Vicenza!!!) con gente che mi accoglieva, che sapeva chi ero, che mi dava indicazioni sulla serata che non avrei visto da semplice spettatrice. 

In quel momento ho realizzato cosa avevo combinato ma anche che me la giocavo con qualcuno che non ha solo il mio stesso sogno, ma ha più competenze, più esperienza, più gavetta. 

In uno stato di cervello scollegato, cosa che è durata per un giorno, sono arrivata al momento della premiazione dove ha trionfato il giallo letterario di Giuseppe Fusari. Non leggo gialli ma per lui, persona squisita, farò un’eccezione. Il premio Under 35 invece è stato assegnato a Ludovica Barresi (che bello è stato fare la tua conoscenza!) e il suo romanzo ha già tutte le carte in regola per piacermi: volerò in libreria appena uscirà.

Quello che mi porto nel cuore sono le chiacchiere con le altre finaliste, il momento dell’aperitivo al Club di Confindustria, le parole scambiate con Giulio Mozzi sulla Somalia e su Afgoi, i complimenti degli invitati all’aperitivo. L’apparizione a sorpresa a teatro di una delle mie amiche-sorelle, che senza dirmi niente si è sciroppata il viaggio da Verona con pupi al seguito per vedermi dieci minuti contati. 

Oggi alterno momenti di gasamento totale a momenti in cui temo che Curare le radici resterà nel PC (i cassetti non si usano più, per i manoscritti, anche se ho qualche copia cartacea volante) perché so che il mondo editoriale è complesso, difficile, ermetico. 

Ma come dice sempre mio marito (uomo saggio che, tra l’altro, tre anni fa esatti sposavo) questa è una gara di endurance, non uno sprint. Si tiene botta fino alla fine e quello che conta è la testa fissa sull’obiettivo, un passo alla volta. 

E adesso… si torna al lavoro, per trovare casa a questo scritto.

Risposte

  1. Avatar Maria Obinu

    mamma mia che emozione.. che emozione seguirti, vedere la calma e lucida determinazione che ti porta a perseguire il tuo obiettivo .. concordo con quel saggio uomo di tuo marito!

    1. Avatar Katy

      Grazie di cuore Mary!!!

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