
La strada per Marina è lunga e solitaria.
Perfetta per chi ha molti pensieri da fare e pochi posti dove andare.
Si snoda in curve nervose lungo la costa. Bisogna stare attenti ad assecondarle, le curve, un po’ come le maree, un po’ come la rabbia e la tensione e la tristezza.
Io non è che sia molto brava, in questo. Il risultato è guidare su una strada vuota, in piena notte, con solo i fari della mia auto a illuminarmi una via altrimenti più che mai buia.
Abbasso il finestrino per lasciarmi inebriare dall’odore del mare, quel retaggio antico che non mi appartiene più, che resta latente in un angolo del mio cervello, pronto a svegliarsi per reclamare il suo spazio vitale. Come ha fatto oggi pomeriggio il mio coraggio, o il mio istinto di sopravvivenza. Non lo so. Voi come lo chiamate quell’animale che sta da qualche parte dentro di voi? Il mio è arrabbiato e teso e triste. Una mia amica aveva una lupa, io non so cosa sia il mio ma so che oggi pomeriggio ha detto basta, ha preso il comando del mio corpo e ha fatto mettere seduta in poltrona a godersi lo spettacolo la ragazza col sorriso gentile.
Mi guardo nello specchietto retrovisore per capire chi sia alla guida adesso. Non sorrido ma neanche ringhio: chi sono?
Ma soprattutto, dove sono?
La strada che indicava “Marina” termina in uno spiazzo. Solo tre auto, e un complesso basso, tozzo ma attraente. Come la luce delle lampade per fulminare le falene. Quelle che ronzano attorno all’insegna del motel.
Red Light.

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