Come ultimo post prima della chiusura di agosto, ho scelto di raccontarvi il viaggio fatto in Friuli a inizio mese.
La premessa necessaria a questo racconto di viaggio è che sono siciliana, ma vivo da venticinque anni nella bergamasca. Quindi, nonostante sia una nuotatrice pessima, d’estate il mio spirito cerca il mare. Il problema è che sono sposata con un erede di Grande Inverno, uno che al mare ha fastidio di tutto (uff ma c’è la sabbia, uff ma c’è il sale, uff ma picchia il sole!). Abbiamo sempre mitigato alternando le vacanze marittime con quelle in giro per il mondo (e al mare lo posso portare massimo in Toscana, più giù fa troppo caldo eccetera eccetera) ma quest’anno si è giustamente impuntato per fare la vacanza dei suoi sogni: la vacanza in montagna.
Da quando stiamo insieme, anche io ho scoperto la bellezza della montagna, dei trekking e l’ebbrezza di raggiungere qualche vetta, ma non avevo mai considerato di dedicarci tutta la settimana di ferie.
Poi, per un lavoro da redattrice, ho approfondito la Carnia e complice un’amica friulana doc, ho concesso al marito di andare in montagna. Per una volta.
“Per provare”, mi ha detto, “così se non ti piace lo sai”.
Ecco, il problema non è che mi è piaciuto. Il problema è che io questa vacanza in quel posto l’ho proprio amata ma di brutto.
Riassumerò questa settimana per tematiche e parole, come ho fatto per la Liguria.
Da una scrittrice, del resto, che vi aspettavate?

1 Coccole
è la prima parola che mi viene in mente da legare a questa vacanza: coccola. Lo abbiamo capito appena abbiamo varcato la soglia dell’albergo Al Sole di Forni Avoltri. L’atmosfera rilassata, i colori caldi, la camera tutta in legno con la copertina pucciosa… Tutto ha richiamato relax, star bene, cura del cliente. Era la prima volta che approfittavamo della formula mezza pensione (del cibo parlo dopo!) e anche questo è stato bello, ha creato familiarità con i nostri compagni di sala sera dopo sera, che sbirciavamo per capire di chi si potesse trattare e da cui eravamo sbirciati. Leggenda narra che una signora di un tavolo mi abbia fatto i complimenti, io purtroppo non l’ho sentita e quindi mi baso sulle parole di mio marito. è stato come percorrere un pezzetto di strada con qualcuno e al sabato sera, quando c’è stato il turn over, ci ha colti un po’ di malinconia. L’accoglienza in albergo, a conduzione familiare, è stata impeccabile, professionale e calda allo stesso tempo, con chef Tiziana al timone, sua figlia al servizio e il babbo a colazione. è stato lui a darci un paio di dritte veramente fantastiche per le nostre escursioni.
Quando ha piovuto, abbiamo deciso di rifugiarci in un centro benessere di Sauris, con la piscina riscaldata fronte bosco.
Ogni sera, prima della tappa amaro nel bar dell’albergo, andavamo a fare due passi nel sentiero che accosta il paese, dove abbiamo avvistato le lucciole e salvato un mega rospo.
Saranno i ritmi lenti, l’assenza della frenesia che c’è al mare, tra aperitivi, pub in spiaggia e cene fuori, che veramente ci ha coccolati e rigenerati.

2 Laghi, cime, marmotte, aquile e giochi idioti
Essere in Carnia e non andare a camminare è davvero un ossimoro. Così Andrea, che fa trail running ed è giusto quel tantino allenato, ha studiato dei percorsi e delle vie che potessi concludere anche io. La scelta è caduta su:
- Lago di Bordaglia
- Monte Crostis con strada Panoramica delle vette
- Lago di Volaja
Il primo lago è veramente un gioiello, non lo si vede fino all’ultimo, quando si aggira la valle dopo aver superato il lago Pera (poverino, viene saltato da tutti perché l’altro è più bello) ha dei colori smeraldini. è quello con la via più lunga da attraversare perché, seguendo il mio passo poco olimpico, ci abbiamo messo circa tre ore. Ma ne è valsissima la pena! Abbiamo mangiato al sacco e io mi sono saggiamente fatta fare la pedicure dai pesci del lago.
La vetta del Monte Crostis era quella più semplice, secondo mio marito, un po’ meno per me che avevo nelle gambe la camminata del giorno precedente. Anche lì, però, la fatica è stata del tutto ripagata perché a pochi metri dalla cima un’aquila ci è volata davanti, in tutta la sua bellezza. Ce n’erano tantissime ed è sempre emozionante vederle, a maggior ragione se così vicine. La strada panoramica delle vette, gettonatissima dai bikers, l’abbiamo invece fatta in auto. Una marmotta ha pensato bene di tagliarci la strada e di risalire poi con il suo culotto il crinale prima di nascondersi in qualche tana. Di ritorno, affamati e stanchi, abbiamo visto Pesariis, il paese degli orologi giganti. Ce lo siamo goduti poco perché siamo arrivati nel momento in cui tutti i ristoranti stavano chiudendo, quindi non potevamo mangiare da nessuna parte. Per fortuna un bar ci ha giusto aperto due minuti per darci un gelato e farci rifocillare.

Il lago di Volaja è invece molto gettonato perché è sul confine con l’Austria, quindi i viaggiatori arrivano da entrambi i versanti. Lì, al momento è aperto solo il rifugio austriaco, quello italiano (che sembrava bellissimo!) è in ristrutturazione. I colori sono belli giusto una piccola gradazione in meno del lago di Bordaglia e da lì abbiamo avvistato e sentito una marmotta su una rupe che avvisava i suoi compari. Nella zona sono presenti anche le trincee della prima Guerra Mondiale. Come ci ha detto la nostra ospite all’hotel, è un luogo in cui bisogna andare con il rispetto verso la sua storia e verso tutti i caduti, non solo con il cuor leggero del trekking in montagna. Mi sono ripromessa di leggere il romanzo di Ilaria Tuti Fiore di Roccia che parla delle Portatrici friulane, ragazze giovanissime (se non bambine) che durante la Grande Guerra portavano con delle gerle ai soldati al fronte munizioni, rifornimenti e messaggi, con il rischio di rimanere ferite o uccise nel fuoco incrociato. Forni, il paese in cui stavamo, ha avuto tra le sue cittadine tantissime coraggiose portatrici.
Se durante la salita sono completamente occupata a respirare, durante la discesa di solito ci inventiamo un gioco stupido per far passare il tempo. Durante le due escursioni più lunghe abbiamo scelto Indovina il gingle che è stato un disastro viste le nostre doti canore inesistenti e Film travisati, mutuato dalla rete.

3 Il cibo, tra Sauris e Gustosa
Io sarò fissata, un po’ per tradizione familiare un po’ per lavoro, ma la prima cosa a cui mi interesso in un posto dove vado è il cibo. Quella della Carnia è una storia culinaria sì di montagna, ma anche figlia delle contaminazioni estere, che il Friuli subisce per immediata vicinanza. Spiccano i prodotti del territorio, tra frutti rossi, funghi, selvaggina, erbe di montagna e formaggi di malga. Tra i piatti che ci sono piaciuti di più, svetta il prosciutto crudo di Sauris.
Prima di arrivare in paese abbiamo fatto tappa in una rivendita di marmellate e succhi, dove la fantastica signora Inge ci ha illustrato tutte le meraviglie dei suoi raccolti, mentre sgridava gli altri operai che senza di lei non sapevano dove mettere le reti sulle piante (con la bufera che stava arrivando, rischiavano di perdere i frutti acerbi e delicati, quindi il raccolto del mese prossimo).
Da lì siamo arrivati a Sauris, che è un paesino che ha della fiaba. Gli stavoli, le case antiche che fungevano anche da stalle per gli animali al piano terra, oggi sono diventati alberghi diffusi in cui trascorrere una notte. Lo abbiamo visitato (è molto piccolo, lo si gira in una mattinata) il giorno in cui la montagna ha deciso bene di sfogarsi e far piovere a catinelle. Ma noi a quel punto eravamo già ben al sicuro in un ristorante, dove abbiamo provato questa eccellenza locale. Un’altra premessa necessaria è che, fino a qualche anno fa, non avrei mai potuto fare questa esperienza. Fin da bambina, ho sempre avuto senso degli affettati, che in parte ho tutt’ora. Una fetta di mortadella o di prosciutto cotto mi fa accapponare la pelle. Un crash terribile per un sacco di gente, visto che mangio la carne. Così, sono stata giustamente pensata musulmana. E invece no! Mi piace solo confondere le persone! Sta di fatto che, con molta fatica psicologica, ho iniziato ad approcciare almeno gli affettati che cotti non mi dispiacciono, come la pancetta e lo speck, fino ad arrivare al crudo. Mi complimento con me stessa per aver superato questa fisima infantile, perché altrimenti mi sarei persa un prodotto che ha dell’incredibile da quanto è buono. Tra gnocchi di fave con le erbe di montagna e un piatto ipercalorico a base di salsiccia, abbiamo visto la bufera allontanarsi.
Nel nostro mitico albergo abbiamo anche assaggiato il frico classico e quello croccante, che è una specialità di Forni; i cjarsons che sono dei ravioli agrodolci, buonissimi per chi non viene disturbato dalla presenza dolce nelle prime portate; il toc in braide che è un antipasto con polenta, formaggi e burro.
Chiaramente, come tutte le cucine di montagna, si parla di piatti ricchi, saporiti, che servono a combattere il freddo e le fatiche montane. Ma quanto sono buoni?
L’ultimo giorno abbiamo visitato Sappada, la cittadina più grande vicino Forni, dove si svolgeva Gustosa, un festival culinario. Tantissimi ristoranti e bar aderivano con piatti speciali e menu ad hoc, mentre sulla pista ciclabile si snodavano le bancarelle. Anche lì ho fatto incetta di marmellate, sali speciali e sciroppi per quest’inverno.

4 Silenzio, lavoro e libri
Forse questo è l’aspetto che mi ha fatto amare di più questa vacanza. Il silenzio, la tranquillità e i ritmi lenti hanno conciliato non solo il sonno (quante pennichelle ho fatto?) ma anche la lettura e il lavoro.
In una settimana ho finito due libri (L’isola dove volano le femmine e Orso) ma soprattutto ho lavorato. Ho ripreso in mano un romanzo molto impegnativo a cui sto lavorando dove devo risistemare i capitoli, ne ho parlato con Andrea e mi sono venute un paio di idee che mi paiono buone che ho prontamente annotato. Peccato che, quando mi è partito uno di questi flash mentre mi preparavo per la cena, ho urlato una parolaccia e sono corsa fuori dal bagno, facendo saltare in aria Andrea che pensava mi fossi sentita male (e giustamente scappo fuori dal luogo preposto a certi bisogni cioè il bagno…) mentre io stavo solo lavorando. In pratica, mi ci vorrebbe una settimana in montagna al mese e diventerei un’autrice pluri-pubblicata.
Prima di partire, ho detto ad Andrea che forse abbiamo trovato il nostro posto per le vacanze in montagna. Quando un posto “risuona” dentro di te lo capisci subito, e in Carnia è stato così.
Capisco che questo racconto è molto personale e non convenzionale come racconto di viaggio, ma spero comunque di avervi instillato una goccia di curiosità verso questo luogo incredibile.

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