Me lo conceda, per me è un complimento: Marta Lamalfa deve essere una majara. Una strega, cioè, perché con il suo romanzo d’esordio L’isola dove volano le femmine ci avvince con un incantesimo, quello di un cunto lontano, che però riecheggia nella nostra anima più ancestrale.
Il romanzo è ambientato ad Alicudi, isola delle Eolie, nel 1903. Gli agi e l’avanzamento della società presenti nella vicina ma all’epoca lontanissima Lipari sono ben lontani dall’isola, in cui si vive di campagna e di pesca.
Caterina, il personaggio cardine, è una giovane donna a cui muore la sorella gemella Maria, lasciandola sola con se stessa, nonostante viva in una casa affollatissima di generazioni che si stratificano, dai catananni, i bisnonni, a Ciecio, il fratello infante. A questo lutto si unisce la cattiveria della fame, che fa preparare il pane con la segale guasta, quella cornuta, con funghi che la rendono marcia. Ma non solo.
Caterina, come molti altri nell’isola, inizia a vedere cioè che non c’è, inizia a sentirsi in comunione con il mondo delle majare, delle streghe che vivono dall’altra parte dell’isola tra cui c’è Caloria, donna nubile, con i capelli corti, che di uomini non ne vuole e per questo già strana, emarginata. Strega.
“Catanà, voi ci siete stata mai, dall’altro lato?” le chiede quella mattina mentre Palma le intreccia i capelli, come fa ormai ogni giorno da quando Maria è morta.
“Dall’altro lato dell’isola dici?” le risponde la catananna.
“Sì”.
“Una volta, quand’ero carusa più o meno quanto te”.
“E com’è?”
“è un posto brutto, ti dico. Brutto come la fame”.
“Ma le majare le avete viste mai?”
“No, quelle io no. Ma giravano, sì. Si diceva, qualche volta, di qualche femmina che era stata vista proprio dal marito di notte”.
Per il tempo del romanzo, viviamo con Caterina, sentiamo il dolore alla testa quando la nonna le stringe i capelli nella treccia, proviamo il suo straniamento nell’esser sola, lei che è sempre stata doppia, ma anche il suo senso di liberazione nel trovare la sua essenza, nonostante la piccola isola rurale di inizio novecento non le fornisca i mezzi per farlo. Di contorno a Caterina stanno i Virgona, la sua famiglia, che tutti però chiamano gli Iatti, i gatti, perché cadono sempre in piedi. La mamma Palmira, stanca e afflitta; il padre Orazio che si fa blandire da promesse di futuro e rivoluzione; il fratello Saverio, che con la forza della giovinezza vuole decidere per sé e il piccolo Nardino, che scopre il mondo attraverso le parole; Pino il catananno, che di quella segale nera proprio non si fida.
Lamalfa accoglie nel suo romanzo l’imput dell’evento storico realmente accaduto. Nel 1903, ad Alicudi si verificarono delle vere e proprie allucinazioni collettive, date proprio dal consumo di segale cornuta. Da questa premessa, racconta con una lingua chiara che ricorre anche al dialetto di una terra in cui il rapporto con la natura era tanto benedetto quanto crudele; di come gli animi umani ne uscissero spigolosi, affilati e ferini. Di come la magia fosse tanto malvista quanto necessaria, per sopravvivere alla fatica del lavoro giorno dopo giorno. Dei legami familiari, che sono lacci che tagliano i polsi, a volte, e di chi, invece, trova con fatica la propria strada.
L’isola dove volano le femmine è un romanzo splendido, che vive sotto il sole a picco delle isole Eolie, per poi rintanarsi nelle case, vero luogo dei racconti.
Consigliatissimo.


Lascia un commento