Ho intrapreso una china pericolosa, che poi è la stessa di mio papà. Quando si tratta di saghe, aspetto di avere tutto il malloppo di libri prima di iniziare a leggere. Considerate che, nel caso della saga di Holt di Kent Haruf, mi sono anche fissata di trovarli usati. Quindi, campa cavallo…Eppure, nei miei spulciaggi di Libraccio in Libraccio, ho azzeccato i primi due capitoli della serie. Il primissimo è Benedizione e, in un momento in cui cercavo qualcosa di breve, mi sono detta, perché no? Spero sempre che i libri e gli autori che ho tardato a leggere non mi deludano, altrimenti la delusione sarebbe al cubo. Ma come, io ti ho messo in lista con tanto amore e tu scrivi così? E la storia è tutta qua?
Grazie alle divinità della letteratura, con Kent Haruf questo rischio non si corre. Mi è bastato l’incipit a farmi capire che ero di fronte a un grande libro, e a un grande scrittore. La trama di questo primo capitolo della saga di Holt, la cittadina in cui tutto è ambientato, è in realtà molto semplice. Dad Lewis, anziano e malato, si trova a fare i conti con i suoi fantasmi (vivi e non) mentre lo assistono nelle ultime ore la moglie Mary e la figlia Lorraine. Alla loro storia personale si incrocia quella della piccola Alice, che si trasferisce dalla nonna, dirimpettaia dei Lewis; quella del nuovo reverendo della cittadina; e quella di Willa e Alene, madre e figlia, che insieme affrontano la solitudine e i colpi della vita. Ognuno fa i conti con le proprie scelte, con quelle altrui, con le relazioni finite male, con la necessità di andare avanti. Il tutto avviene sotto il sole cocente del Colorado, dove per rinfrescarsi bisogna entrare nelle cisterne d’acqua (la scena delle donne che fanno il bagno tutte insieme, da Alice bambina fino a Willa, è di una perfezione che ferisce).Potremmo definire questo libro character driven, cioè una di quelle storie dove non è la trama a reggere (colpi di scena su colpi di scena) ma la colonna portante sono i personaggi e la loro psicologia. Ognuno di loro è cesellato in modo minuzioso, preciso e dunque palpabile. Dalla delusione di Alene alla saggezza di Bertha May, dai rimpianti di Dad alla fierezza di Mary nel non rinunciare al figlio che se n’è andato. Questo rende Benedizione un affresco vivo e credibile, i personaggi sembrano i nostri vicini di casa. Sembriamo noi, in certe svolte della vita.

A questa storia semplice e per questo così condivisa e universale non può che affiancarsi una scrittura pulita, scarna come il deserto in cui ci troviamo, senza fronzoli e senza abbellimenti, diretta, che graffia come il vento del deserto di giorno e rinfresca quando si fa sera.
Amo da sempre i grandi racconti americani, quelli che esulano dalle città più famose, che mostrano la natura più cruda e violenta degli Stati Uniti, anche più povera e a tratti disperata. Sarà perché sono cresciuta con King, che ha fatto del Maine il suo campo d’azione? Se vi piace Kent Haruf e la sua scrittura, allora vi consiglio anche i libri che trovate in foto. La raccolta di racconti di Pancake, Trilobiti, l’incredibile Salvare le ossa di Jasmine Ward (leggerò a breve Canta, spirito, canta), Lions di Bonnie Nazdam, sospeso come una storia di fantasmi e allo stesso tempo così reale. Colpevolmente, perché in casa il libro si trova nella Torre Einaudi, più difficili da afferrare, nella foto manca uno dei maestri indiscussi della narrativa americana di provincia: Raymond Carver. Di lui consiglio tutto. Ma con parsimonia.


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