Non è un caso che le due serie in questione abbiano fatto scorpacciate di Golden Globe ed Emmy; non è un caso neanche che abbiano avuto tanto successo.
Perché, oltre a poter contare su prove attoriali pazzesche, vivono saldamente su scritture magistrali.
Sto parlando di Beef (in italiano tradotto con Lo scontro) e di The bear.
Beef è la storia di dove può portare la follia quotidiana: narra le vicende che seguono a uno scazzo (si può dire?) tra due sconosciuti in un parcheggio che hanno rischiato di tamponarsi. I due protagonisti (l’amato Steven Yeun e la mastodontica Ali Wong) sono una miccia pronta a esplodere, e il perché succeda proprio l’uno con l’altra è indagato nella serie. La spirale di follia cresce fino al suo climax, costruito in modo ipnotico. Con temi paralleli come la questione di classe (sempre troppo poco indagata, per me), la realizzazione personale, le relazioni di coppia, è davvero un prodotto riuscitissimo.

Per la seconda serie basterebbe dire Yes, chef! Ma dentro The Bear, serie che mette ansia e fame nello stesso momento, c’è molto altro. Carmy, chef stellato, prende la gestione del The Original Beef of Chicagoland, la malandatissima paninoteca del fratello Michael, che si è tolto la vita. Il ristorante, se così possiamo chiamarlo, è il centro gravitazionale di una serie di personaggi assurdi e ben riusciti. Cugino (ma quanto ci piace il buon Richie?), il pastry chef Marcus, i comì Tina e Ebrahiem, Sugar, la sorella di Carmine e soprattutto Sydney, giovanissima chef con le idee chiare ma che fa passi ben più lunghi delle sue gambe. Il vero fulcro, oltre al focus sui piatti, sono i rapporti interpersonali, familiari e incasinati che si incasinano quanto più le persone sono incasinatissime di loro. Un esempio emblematico di tutto questo è l’episodio Pesci della seconda stagione che, io mi aspetto, verrà studiato nei seminari di scrittura creativa da quanto rasenta la perfezione nel suo essere psichedelico e ansiogeno. Mi sembrava di vedere uno dei Natali della mia famiglia, solo andato peggio.

Ma veniamo al punto della situazione e cioè la scrittura. Sì, perché chi sta dietro le serie spesso non è così visibile come, chiaramente, gli attori. Eppure una scrittura solida, una storyline decisa e con le idee chiare è quanto garantisce una serie ben riuscita.
Per quanto riguarda The Bear, la serie è scritta e diretta da Christopher Storer, che è alla sua prima esperienza da sceneggiatore, dopo quella da regista e produttore.
Per Beef, il regista, ideatore e showrunner è Lee Sung Jin che ha avuto l’idea di Beef proprio dopo uno scontro acceso in macchina con un altro guidatore. A chi non è capitato? Jin ha avuto l’idea di indagare quanto successo, tirarlo al suo parossismo, renderlo crudele e bellissimo allo stesso tempo. Come si dice in gergo di scrittura, ha alzato la posta a ogni episodio, perché i protagonisti si stavano spingendo sempre più in là, a un punto in cui non bastava più chiedersi scusa o ripagare i danni.
Si tratta di due prodotti differenti. The Bear è una serie di più stagioni, che quindi deve avere le idee già chiare di dove vuole andare per non far scadere di qualità il prodotto. La magistrale Phoebe Waller Bridge, che della sua seria è sia autrice che interprete, ha detto: “Certo che mi hanno chiesto una terza stagione di Fleabag, ma non era il suo momento. Forse tra qualche anno, quando avrò altro da dire. Adesso avrei solo rischiato di abbassare la qualità dello show”. Beef invece è una miniserie, che nel suo episodio finale, soprattutto nell’ultimo frame, racchiude tutto il senso della narrazione.
La scrittura di qualità in questi due prodotti fa la differenza, si interroga sulle relazioni, sulle reazioni umane, indaga l’animo dei suoi personaggi, li avvicina allo spettatore.
Due serie TV da recuperare e magari, dopo la prima visione, da riguardare con un occhio più attento.


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