Il Racconto del mercoledì: Posto per quattro, pt 2.

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Ci eravamo date appuntamento all’Alkimia. Anche se adesso al suo posto c’era il My Fair, per noi quel locale restava l’Alkimia. Un tempo un postaccio dove fumare narghilè sedute su enormi cuscini, uscivi sempre che puzzavi di fritto. Ma a noi piaceva, la luce era soffusa e la musica alta, potevi fare e dire quello che volevi. E facevano bene il mojito.  Adesso si era trasformato in un lounge soft cocktail bar, con i divanetti bianchi e la musica da sala. Decisamente troppo in per noi, ma dell’Alkimia aveva conservato l’enorme parcheggio e le nostre vetture erano belle ingombranti.

Arrivammo ognuna da un lato diverso dell’entrata, così che ci fermammo a croce, con i musi delle auto uno di fronte all’altro.

Aprimmo le portiere, teatralmente.

Una volta scese, restammo ferme vari minuti a guardarci negli occhi, come pistoleri pronti a un duello.

Sì, eravamo noi.

Sì, eravamo di nuovo insieme.

A quel punto, partirono all’unisono urletti da donna così alti che solo i cani possono percepire.

Non sapevamo chi abbracciare prima. Ci tiravamo, stringevamo, squadravamo per capire che niente d’importante fosse cambiato.

Io avevo svariati tatuaggi in più, A. i capelli molto corti, S. era biondo platino, M. aveva i lobi pieni di orecchini e i ricci lunghissimi erano porpora.

Mezzo lounge era all’enorme vetrata per vedere le quattro tipe ferme al parcheggio a piangere e abbracciarsi, dimentichi della finezza che richiede un posto come quello.

In tutta risposta, noi ci prendemmo a braccetto ed entrammo.

Il nostro tavolo era in mezzo alla sala. Non fu una scelta azzeccata per i proprietari, perché continuavamo a parlarci una sopra l’altra, a chiedere e ridere e abbracciarci. Ci guardavano tutti.

Ci calmammo solo quando arrivò da bere,  iniziando quindi una conversazione più civile. Nonostante fossimo state così lontane per così tanto tempo era come non essersi mai lasciate. Non era cambiato niente. Certo, eravamo donne adulte ormai, ma la nostra vera essenza era nascosta sotto la borsa firmata e le scarpe con il tacco.

S.spifferò qualche segreto dei suoi clienti, senza mai fare nomi da vera professionista. Poi A. ci diede inviti della sua nuova mostra fotografica, a tema il fuoco.

Questa cosa ci fece scoppiare a ridere.

“Nelle fotografie hai incluso quella di quando hai provato a bruciarmi una tovaglia perché facevi la scema con un tovagliolo e la candela?” le dissi prima di lasciare che il racconto proseguisse. M. raccontò del nuovo allestimento di una casa di registrazione K-pop che le aveva da poco commissionata gli interni. Non avrebbe dormito per mesi, ma c’era abituata. Io infine feci leggere alle ragazze il mio ultimo articolo.

Quando si passò all’amore, i bicchieri sul tavolo crebbero esponenzialmente. Io e S.eravamo in relazioni stabili e durature, A. si era spostata da un anno – cosa che ci aveva lasciate a bocca aperta, lei era sempre stata anti matrimonio-, M. invece saltava libera da una relazione all’altra. Nel suo immaginario si era sempre vista accasata, ma aveva cambiato idea al quarto fidanzato.

Eravamo tutte sui trenta, quindi il toto bambino divenne molto presto l’argomento principale. Loro puntavano su di me, monogama convinta da ormai dodici anni. Io invece sui neo sposi.

A.interruppe tutte quante: “Basta con questi discorsi di bambini, non ne posso più. S., fumi ancora?”

“Non più, Jose mi ha obbligata a smettere. Ma ti faccio compagnia” rispose S., alzandosi e uscendo con A.

Ebbi finalmente il tempo di abbracciare M. senza che le altre due ci separassero per prendersi un braccio a testa.

Sentire il suo: “Come va?” restituì senso a tutta quella lontananza. Lei era una delle poche persone al mondo che faceva quella domanda volendo davvero sentire la risposta.

Passarono cinque minuti, poi dieci. S. e A. erano ancora accanto alla roulotte che parlavano concitate, S. gesticolando come al solito. Le vedevamo bene.

M.allora mi disse: “Sai una cosa che ho sempre voluto fare?”

La guardai, mentre si metteva in spalla la borsa di S.e passava a me quella di A.

“Prendi anche la tua e alzati” finì.

“No, tesoro. Ti prego. Non vorrai…”

“In Corea sono tutti troppo educati. Mi sono stufata” rispose.

Lei iniziò ad allontanarsi verso l’uscita, fischiettando con nonchalance. Peccato che questo aveva attirato l’attenzione del barista.

La seguì all’uscita, tempo dieci secondi il proprietario ci stava correndo dietro.

“Signore, il conto! Signore!”

“Signore a chi? Maleducato!” gli urlò M. girandosi e facendogli un gestaccio poco carino.

La dovetti prendere per un braccio e tirarla, mentre A. e S. saltavano sulla roulotte spaventate.

“Metti in moto” urlò M. a S.

E io a lei: “Corri, tesoro. Corri!”

 

 

Avevamo parcheggiato lontano, ma M. aveva fretta e non potevo perdere tempo a cercare un posto più vicino.

Lei aveva afferrato il suo borsone, io il bagaglio a mano.

Ci eravamo fatte il pezzo fino all’entrata correndo come muli impazziti. Il gate avrebbe chiuso in pochi minuti e doveva ancora passare i controlli.

“Corri, tesoro. Corri!”

Una volta dentro, ci fu solo un secondo per guardarci. Stava partendo davvero. Ce l’aveva fatta.

Le diedi un bacio sulla fronte: “Spacca tutto”.

Poi mi ero girata e me n’ero andata, così anche lei. Mi girai solo un attimo prima di vedere i suoi ricci sparire tra la gente, come Orfeo e Euridice.

Stava andando in Corea.

Ci aveva messo quasi un anno a decidersi, tra rinvii e rimorsi.

Il problema è che non aveva mai voluto lasciare la sua famiglia. Anche dopo la laurea, aveva deciso di non partire per restare con loro.

Sua sorella gemella doveva finire un master e aveva bisogno di lei. I suoi genitori avevano bisogno di lei.

Aveva rifiutato varie proposte di lavoro, tenendo in stand by solo quella della Corea perché aveva più tempo per confermare. Se la risposta fosse stata in un paio di giorni, come per gli altri posti di lavoro, avrebbe perso anche quell’opportunità.

“Non posso lasciare adesso la mia famiglia” diceva a noi e a sé stessa.

Poi, sua sorella aveva accettato senza chiedere niente a nessuno un posto di lavoro in Giappone ottenuto con un progetto di design che avevano pensato insieme.

A quel punto, avevo chiamato S. e A.

A.si era occupata di chiamare il datore di lavoro della Corea e confermargli che M. sarebbe arrivata. S. le aveva preso il biglietto e io ero andata a casa sua a obbligarla a fare le valigie.

Alla fine, su quel volo ce l’avevamo messa.

A Seul la stava aspettando un ristorante da allestire da capo.

Si era trovata bene in un attimo, la sua esuberanza vinceva la timidezza asiatica. Il cibo le piaceva e l’alloggio al quartiere americano rendeva tutto più divertente. Ci mandava un sacco di fotografie con giovani broker statunitensi.

I suoi preferiti però erano i coreani. Andava da sempre pazza per la loro musica pop, cosa che noi invece odiavamo perché in macchina aveva solo quella e la sparava a tutto volume.

Il ristorante era stato commissionato in stile italiano. Lei, invece di fare le solite pacchianate concepite solo all’estero, preferì un design pulito. L’Italia si vedeva nelle fotografie di Roma e Firenze scattate da A., e nelle citazioni dei grandi poeti che avevo scelto io.

Fu all’inaugurazione che incontrò il suo primo ragazzo. Lui era un giovane architetto di Seul, cinque anni in meno di noi, che aveva vinto la sua timidezza per avvicinare l’occidentale.

“Passa tutto il tempo a toccarmi i riccioli, sono una rarità qui” civettava lei durante le nostre telefonate di gruppo.

Al ristorante ne seguì un altro, poi una mostra, poi un bar. Tutto andava a gonfie vele.

Lei e Eunji erano una bella coppia. Avevano trovato una casetta tradizionale ed erano andati a vivere insieme.

Tutta la sua vita subì un forte contraccolpo con la fine della sua storia d’amore. Lui un giorno le aveva detto che non poteva deludere la sua famiglia e che doveva sposare una ragazza coreana. Io e S. eravamo riuscite a volare in Corea. Lei c’era stata per noi e non potevamo lasciarla sola e così lontana proprio in quel momento. Mi ricordo che per un paio di giorni non si era mai alzata dal letto, una cosa impensabile per la sua vulcanicità. Anche sua sorella era riuscita a raggiungerla. Con la sua presenza, M. si riprese anche sul lavoro. Insieme fondarono la loro società di design, T-wins.

Da quel momento non ha un fidanzato stabile per più di sei mesi.

“Sono una donna del mio tempo. Non vedo che bisogno ci sia di incatenarmi a un uomo per tutta la vita, come ha fatto mia madre. Io sono libera, e così resto.”

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