Una volta tornati a casa, dopo tre mesi passati insieme, fu come se in Italia non ci fossimo nemmeno mai stati. Sedevamo sempre uno di fronte all’altra, ma Mark aveva lo sguardo incollato alla tastiera. Batteva furibondo su quei tasti, come a far espiare loro la colpa di una sua qualche frustrazione. Mi chiedevo tutti i giorni cosa fare, cosa dirgli. Non feci nulla. Non volevo essere io a fare il primo passo. Sì, lo so. Siamo negli anni duemila. Ma a me era già capitato almeno tre volte di provarci con qualcuno e di trovarmi la porta chiusa. L’ultima appena un anno prima. Non avevo davvero la benché minima voglia che mi ricapitasse. Di sentire quello stupido: “Mi spiace, tu sei fantastica, ma io…”
Ma io che? Che poi quel ma io è una finta e lo sappiamo benissimo tutti. È l’altra persona che non ti piace, altrimenti non ci sarebbe nessun ma io da dire.
Non volevo che quelle frasi insensate arrivassero da lui. Perché non le avrebbe condite da inutili giri di parole. Sarebbe stato diretto, quasi meschino, con quel suo modo di parlare e di scrivere senza ruffianerie. Mi aveva detto che lo aveva letto una volta, in un libro, che chi scrive non può farlo in modo ruffiano, e da allora aveva assunto quell’affermazione come dictat.
Le colleghe in redazione mi avevano pressata fino allo sfinimento.
“Sei riuscita a piegare il bel Mark, almeno tu?” chiedevano con quel sorriso malizioso sul volto.
Io sorridevo triste e scuotevo la testa mentre ascoltavo le loro risate e i loro commenti di risposta, non sapendo più a quel punto se la colpa fosse sua, o mia.
Un paio di settimane più tardi il capo ci propose, ancora in coppia, una nuova offerta di viaggio. Mi venne da piangere mentre me ne parlava.
La Thailandia.
Un mese in quella terra esotica, calda e accogliente.
E io dovetti rifiutare. Mia sorella Nelly stava per avere il suo primo bambino, era a pochissimo dal termine. Non avevo intenzione di perdermi la nascita del mio primo nipote e soprattutto di non essere presente per la mia sorellina i primi giorni dopo il parto. Non potevo lasciarla da sola.
Mark partì poco dopo, la mia unica consolazione fu vedergli associato John come compagno, uno dei fotografi più anziani della rivista.
Prima di partire mi disse solo: “Torno presto.”
“Ti avevo detto che sarei tornato.”
Quelle parole, dette dietro alla sigaretta, alle due del mattino, suonarono come un’accusa.
Certo, grazie tante. Adesso era mia, la colpa? Io che non avevo nemmeno fatto niente?
“Cosa avrei dovuto intendere da due parole, Mark? Due parole seguite a settimane di mutismo. Non puoi usare il tuo ermetismo come unico modo di affrontare il mondo e soprattutto non puoi pretendere che lo faccia anche io. Da quel giorno a Perugia fino a quando sei partito mi avrai detto sì e no solo buongiorno. Lo sai che le ragazze pensavano che fossimo stati insieme e ci fossimo lasciati? Perché altrimenti un trattamento di quel tipo non si spiegava.”
“Lo so.”
“E io che sapevo che non era così, che non era successo nulla che potesse giustificare la tua mancanza di considerazione nei miei confronti, cosa dovevo pensare?”
“Lo so.”
“Lo sai.”
Mark si sedette di fronte a me. La sua gamba destra sfiorò la mia. Mi colse un brivido, figlio di vecchie abitudini.
“Non è vero che non ti consideravo, anzi.”
Mi portai le mani al volto e scossi la testa.
“Tutto questo non ha senso.”
Lui, incredibilmente, rise. I piccoli butte di fronte a noi mi restituirono una versione ampliata della sua risata.
“Adesso non ha più senso, è vero.”
“Cosa vorresti che ti dicessi, quindi?”
“Solo perché non mi hai aspettato.”
Sotto la categoria RaccontAmi trovate i primi due episodi di questo racconto, nel caso ve li foste persi!

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