Racconto londinese di un paio di anni fa. Questa idea è poi diventata un racconto lungo che forse, prima o poi, farà la sua apparizione in una raccolta di racconti da pubblicare. Intanto, vi lascio la versione embrionale.
_________________________________________
L’Arcolaio.
“Non toccare l’arcolaio! Cadresti addormentata per secoli. È pericoloso, non devi mai farlo. Giura!”
La metro terminò la sua corsa con uno scossone. La ragazza di fronte a me perse l’equilibrio. Le afferrai, da seduta, un lembo del cappotto, evitandole così di cadere.
Lei mi sorrise e mi ringraziò, prima di scendere dal vagone. Era una ragazza davvero bella, di quella bellezza delicata che io non avrei mai avuto. Pelle di porcellana impreziosita da qualche lentiggine, una cascata di capelli fulvi, lisci, fino alla vita. Occhi verdi.
La seguii, ero arrivata anche io.
Di solito, scendere a Waterloo mi metteva allegria. Iniziavo a cantare tra me e me la canzone degli Abba che porta lo stesso glorioso nome, così importante per gli inglesi.
Una volta, canticchiando, avevo iniziato a camminare a tempo. Una signora che si trascinava uno di quegli zainetti con le ruote che si usano per la spesa mi aveva chiesto cosa stessi cantando. Alla mia risposta aveva iniziato a ridere, e quella risata mi aveva dato il buon umore per tutto il giorno. Far ridere un’estranea, questo sì che era straordinario.
Waterloo, I was defeated, you won the war
Waterloo, couldn’t escape if I wanted to
Trovai rapida la strada che costeggia il Tamigi. Mi era stata insegnata da una donna che mi aveva vista sperduta, un paio di anni prima. Lei aveva interrotto quello che stava facendo, rimandato dove stava andando, per far sì che io non mi perdessi. Aiutare un’estranea, straordinario anche questo.
Il freddo che spirava dal fiume mi colpì in pieno volto. Lo ringraziai. Il freddo non ti lascia pensare.
Appoggiai le mani sul parapetto e rimasi a guardare di sotto. L’altezza mi causava le vertigini, come sempre, ma lì riuscivo a resistere. Un po’ tutto mi causava le vertigini, ultimamente. Guardai l’acqua scura scorrere imperterrita sotto di me finché le mie dita non pregarono pietà. A quel punto ripresi il mio cammino. C’erano molte scolaresche, da quel lato del fiume.
Due delle più famose attrazioni di Londra si trovavano a poca distanza l’una dall’altra.
Prima, il Globe. Non ci ero mai entrata. Eppure Shakespare mi era sempre piaciuto. Mi ripromisi di farlo.
Poi, più in là, l’edificio squadrato del Tate Modern.
Il Tate non era il mio museo londinese preferito, per niente. Quello era la National Gallery. Potevo passare ore a guardare l’Acrobata di Degas, immaginandomi il pittore che studia le mosse, minuzioso, per riprodurle sulla tela.
Non eravamo dissimili, io e Degas. Anche io osservavo sempre gli altri, per metterli in valigia. Aspettando il momento in cui avrebbero preso vita sulla carta, come per lui sulla tela.
Quel giorno al Tate c’era una mostra temporanea di Georgia O’Keaffe. Quale scusa migliore per starmene da sola, finalmente. A pensare agli Arcolai.
L’Arcolaio, dicevamo. Secondo voi, per che diamine di motivo Aurora aveva toccato l’Arcolaio? Perché, in cuor suo, voleva testare la veridicità di quella minaccia. E io adesso lo tocco, questo cavolo di arcolaio, e non mi accadrà nulla. Voi poveri babbei che me l’avete detto, credete alle favole.
Invece Aurora è caduta in un sonno profondo, ancestrale. Te l’avevamo detto, o no?
La morale è chiara. Se qualcuno ti avvisa di un pericolo, ascoltalo. Non addentrati nel bosco, non bagnare i Gremlins dopo mezzanotte, non toccare l’Arcolaio. Eppure io stavo lì, stordita, con la testa persa a pensare: magari questa volta non è vero. Magari questa volta la maledizione non funziona, si inceppa.
Arrivai trafelata al Tate. Trovai la biglietteria, nascosta in quel palazzo industriale adesso rifugio di grandi opere, pagai il mio biglietto e lasciai una donazione di due sterline. L’arte costa.
L’insegna, con il nome dell’artista scritto a lettere grandi e squadrate, mi salutò all’ingresso. Mi lasciai perdere, dolcemente, tra quelle tele. Per un attimo non ci furono più arcolai, minacce, ammonizioni di cose terribili in arrivo.
Ci fu solo il colore, la musica, i fiori, i cieli blu. La forza.
Georgia era stata forte. Lo vedevo nell’azzurro del cielo dipinto da sotto l’osso sacrale di una bestia morta.
E non c’erano ammonizioni nelle sue opere. Solo sentimento che ti trema dentro, come un terremoto, così forte da crearti un suono nelle orecchio. Un tamburo che diventa rosso, viola, giallo. Tum, tum, tum.
Non so per quanto restai al museo, abbastanza da sentire, di nuovo, i miei pezzi incollarsi docili l’uno all’altro. Io ero io, e io non ero altro che una vittima in balia delle emozioni, come tutti quanti.
Tornai a Waterloo.
Iniziai a fischiettare mentre attendevo la metro. Come un cerbiatto che sente il lupo, il battito del mio cuore accelerò pian piano.
Seduto nell’ultimo vagone, il mio personale Arcolaio. Sorrise quando mi vide. Da quanto era lì, non ne avevo idea.
Sorrisi anche io. Il tamburo rosso, viola, giallo a rimbombarmi nelle orecchie, rendendomi sorda.
Entrai e mi ci sedetti accanto. Gli lasciai passare un braccio intorno alle mie spalle. Si avvicinò al mio orecchio, come per baciarmi. Invece iniziò a canticchiare.
Waterloo, I was defeated you won the war.
Waterloo, couldn’t escape if I wanted to.

Lascia un commento