Ormai non ci crederete nemmeno più, ma anche oggi sole e cielo limpido. Appena sveglia, video chiamata con la Napolitano family da parte di mio fratello, quindi lui, la piccola e mia cognata. Dopo di che, spazio compiti (come una brava bambina): scrivo il compito per il corso, sistemo pagina e blog. Insomma, il solito. Il mio piano per la giornata era di andare al Tate, ma lo sostituisco con giro per Oxford street e poi scrivere, come al solito. Al Tate ci andrò domani.
Ebbene, dopo la sad salad, mi metto in cammino. Oggi il portatile sembra pesare più del solito e non è un ottimo segno, vuol dire che non avrò molta autonomia camminativa prima di aver bisogno di un posto per fermarmi. Scendo ad Holborn, sulla Piccadilly, e penso che mal che vada torno qui al Grind, dove mi ero fermata qualche giorno fa. Proseguo fino a Oxford street (sarebbero tre fermate di metro ma a piedi sono fattibilissime) e mi infilo in sto benedetto Primark. Inizio a riempirmi le braccia. Un paio di leggins felpati, magliettina termica, calzini del Grinch tutto a prezzi assurdamente bassi (anche il merchandise Disney!), mentre faccio mentalmente nota dei regali natalizi. La cosa che mi colpisce però, è la tristezza assurda che emanano tutti gli impiegati di Primark. Stessa cosa anche nello store di Bounds Green. Ma cos’è, una specie di lavoro socialmente utile imposto dal governo? Certo, è davvero un casino. Ogni volta che ci sono andata ho sempre trovato vestiti per terra, abiti ammonticchiati ad cazzum. Però, se le magliette me le pieghi con quella flemma, non ce la faremo mai, no?
L’unica sorridente è la mia commessa, che infatti ha un t-shirt nera al contrario degli altri che hanno quella del negozio azzurro-violetta. Che sia la maglia, è tipo un Orcrux?
Elucubrazioni a parte, uscita da Primark come immaginavo il mio tour non dura ancora per molto. Ho bisogno di sedermi, la mia schiena è a pezzi. Oggi ho voglia di Starbucks, hanno appena inaugurato i gusti natalizi e io voglio entrare nel mood. Mi concedo una spettacolare cioccolata al fudge (Per papà: non è una schifezza anche questa! Il fudge è una specie di cioccolato morbido -fatto con il latte condensato. Appena torno a casa te lo preparo). Stranamente il locale è ampio, quindi posso sedermi e lavorare per due ore senza che nessuno mi dica niente. Molto bene direi.
Alle sette inizia il mio ritorno a casa. Salto da Tesco per prendere le zucchine, poi casa. Il Rappresaglia mood risale feroce quando mi trovo la cucina, che avevo lasciato perfetta, un casino: padella contenente peperoni e altra roba affogata nella cipolla, contenitori, la tazza con il te… Faccio un bell’ommmmmmm e rispondo a madreh e sister che mi stanno video chiamando. Cucino parlando con loro e guardando sprazzi di Bake off tramite mia sorella (Bake off! Ma quante puntate mi sono persa? Appena torno invece di uscire con gli esseri umani che mi aspettano farò maratone di tv show). La pasta è super ottima. Poi attacco Netflix, ormai devo finire la seconda stagione di Stranger Things.
Video chiamata anche con dad (così oggi tutti e quattro gli altri membri della mia famiglia si sono assicurati che ci sia ancora) e infine nanna.
Day 18, accomplished.

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