Ti vedo.
Stai per prendere un treno. Indossi un vestito chiaro. Azzurro, forse. Hai con te solo un borsone. Bombato, stracolmo. Il piccolo sta in braccio, la più grande ti resta vicina vicina, tenendoti stretto un lembo della gonna. Non è abituata alla fiumana di gente che scende dai treni. Guarda le persone che si muovono svelte con tanto d’occhi, silenziosa. Si chiede che fanno.
“Stai accanto alla mamma, o rischi di perderti” le hai detto mentre guardi il tabellone. E lei non vuole perdersi in quel posto che non conosce, nossignore.
Tu provi a capirci qualcosa, tra lo scorrere di numeri e codici e binari. Alla fine, trovi quello che ti interessa. Vi dirigete verso la parte est della stazione. “Dove partono e arrivano i treni, cucciola”.
Aspettate, immobili. Tre statue astanti. Il piccolo ride a chiunque lo guardi, mentre si ciuccia beato le dita della mano.
Tu continui a guardarti alle spalle. Avvicini il borsone, che hai poggiato per terra nell’attesa, e dai una carezza ai capelli oro di tua figlia.
“Andiamo in un bel posto, mamma?”
“Sì, amore.”
Il treno arriva. Salite. Prendete posto in una carrozza vuota. Non sai quanto tempo ci vorrà. Parte dopo poco, in breve siete fuori città. Di fianco a voi iniziano a scorrere campi bruni e verdi.
“Ti piacerebbe stare in campagna, piccola?”

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